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"In Fabbrica", l’Italia vista con occhi operai

giovedì, 31 gennaio '08

“Oggi degli operai si parla solo quando muoiono sul lavoro, e in Italia ne muoiono tre al giorno…”. Inizia così, con la voce fuori campo della registra Francesca Comencini, il viaggio nell’ultimo mezzo secolo di storia industriale d’Italia raccontato nel suo ultimo film documentario “In Fabbrica”, prodotto da Rai Cinema e già vincitore del Premio Cipputi al Torino Film Festival, presentato ieri sera all’Auditorium di via della Conciliazione a Roma.

Un viaggio intenso alla riscoperta di un mondo operaio dimenticato, di cui oggi si parla poco e in maniera parziale, che parte dagli anni del dopoguerra e del boom economico e si conclude con i giorni nostri. Sullo schermo scorrono le immagini di repertorio concesse da Rai Teche, documenti storici che portano inevitabilmente i segni degli anni trascorsi pur mantenendo inalterato il proprio valore. Immagini poetiche, in un certo senso, di cui la Comencini, mai invadente con la sua voce narrante, si serve per narrare l’evoluzione del mondo operaio, le condizioni di lavoro, le aspirazioni e le sconfitte di un’intera classe sociale.

Dalle grandi ondate migratorie interne degli anni Cinquanta e Sessanta, dal Meridione povero e contadino verso il nord Italia ricco e industrializzato, al mondo globalizzato di oggi, in cui calabresi e lucani sono stati progressivamente sostituiti da asiatici e africani. Da pratiche lavorative a dir poco “artigianali”, alla fredda e meccanica applicazione dei dettami fordistici tayloristici. Fino al “toyotismo” dei giorni nostri, basato sulla logica del just in time e organizzato non più in “catene” ma in “isole di montaggio”.

Nei primi quindici anni del dopoguerra non era strano vedere un operaio accendersi una sigaretta dalla stessa fucina con cui stava lavorando, e la sanzione prevista per quegli impresari sorpresi ad assumere minori di 15 anni era un’ammenda di tremila lire. Anni in cui, raccontano le immagini, le mogli lasciate al Sud dai mariti emigrati si recavano in cima alla montagna al tramonto e gridavano il nome del proprio caro, domandandogli “perché non scrivi?”. E c’era sempre un pastore, dal fondo della valle, pronto a tranquillizzarle urlando “domani ti scrivo”. Anni in cui in fabbrica era possibile “fare carriera”, entrando come operai comuni e specializzandosi negli anni. E il lavoro era fonte di speranza, ma anche di soddisfazione, perché ogni pezzo prodotto portava con se un frammento dell’anima di ogni singolo operaio che vi si era dedicato.

La progressiva automazione dei processi produttivi e la loro organizzazione in catene di montaggio, che riducono l’uomo ad un mero accessorio della macchina, l’aumento della disoccupazione, portarono alla strutturazione di una coscienza di classe operaia e alle prime, vere lotte sindacali a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. Allo Statuto dei Lavoratori, ai “35 giorni” della Fiat e alla “marcia dei Quarantamila” del 1980.

Gli ultimi vent’anni sono, in questo quadro, il risveglio da un sogno: la voce compatta degli operai inizia a incrinarsi. Con la fine dei 35 giorni infatti, spiega la Comencini, non si chiude solo una vertenza, ma un’intera epoca. E amara è l’ammissione del fatto che, delle tante conquiste del passato, oggi qualcosa si sta perdendo. Lo ammette non solo la regista nel suo film, ma anche il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, presente alla proiezione con una schiera di esponenti del mondo politico e sindacale, il quale osserva come “la scena oggi sia completamente cambiata: c’era negli operai di allora una coesione che stava permettendo alla classe di scalare il cielo”.

“E’ importante – ha scritto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in un messaggio che è stato letto all’inizio della serata – che si accendano i riflettori sulla realtà del lavoro ed è necessario che sia il servizio pubblico a svolgere questa funzione”. All’anteprima hanno assistito i ministri del Lavoro, Cesare Damiano, e della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, i segretari di Cgil e Cisl, Raffaele Bonanni e Guglielmo Epifani, il sindaco di Roma Walter Veltroni. Ma anche Mario Landolfi, presidente della Commissione di Vigilanza Rai in quota An, che a proiezione ultimata ha abbandonato la sala con un sonoro “Mah”.

Peggio per lui, perché si è perso il rinfresco offerto dall’assessorato all’agricoltura del Piemonte: pane casereccio, salame e vino rosso, in perfetta sintonia con le emozioni che “In Fabbrica” aveva appena finito di rievocare.

Questo articolo è stato pubblicato giovedì, 31 gennaio '08 e archiviato nelle categorie e . Se non vuoi perdere nemmeno un articolo, abbonati al Feed RSS del mio blog. E se non sai cos'è un feed RSS, leggi questa guida: sarà tutto più chiaro!

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