La lunga lotta contro l'uranio impoverito
martedì, 9 gennaio '07
Interviste. Tra possibili rischi per il contingente italiano in Libano, sospetti casi di contagio in Puglia, e una commissione di inchiesta al Senato che stenta a prendere il via, la tossica sostanza continua a far discutere. Ne abbiamo parlato con Falco Accame, ex presidente della commissione Difesa della Camera
L’uranio impoverito continua a far discutere. Nei giorni scorsi, mentre dal Libano giungevano notizie di una possibile contaminazione nelle regioni meridionali, dove sono impegnate le truppe italiane, in Puglia si faceva sempre più concreto il sospetto che due persone – un ufficiale e una crocerossina, residenti in provincia di Lecce – risultassero effettivamente contaminati dalla sostanza radioattiva. Intanto, il sito GrNews.it – che per primo aveva dato notizia del nuovo duplice caso in Puglia – raccoglieva lo sfogo della senatrice di Rifondazione Lidia Menapace, chiamata a presiedere una commissione di inchiesta sull’uranio impoverito che, nei fatti, non riesce a prendere il via, a causa della reticenza di alcune forze politiche nell’indicare i propri rappresentanti.
“Alcune forze politiche non vogliono la commissione di inchiesta”, denunciava la Menapace. Analoga perplessità viene manifestata dall’ex presidente della commissione Difesa della Camera, Falco Accame, che, dopo aver prontamente chiesto al ministro dell’Interno Arturo Parisi se in Libano siano state adottate “le opportune misure di sicurezza per i nostri ragazzi”, punta ora il dito contro un “partito dei generali”, che muove i fili nell’ombra e tenta di impedire che la verità sui pericoli derivanti dall’esposizione al tossico isotopo 238 dell’uranio venga alla luce.
“Teoricamente – afferma Accame, raggiunto telefonicamente da Aprileonline – non ci dovrebbero essere posizioni contrarie. In pratica, esiste una sorta di freno trasversale agli schieramenti politici che si oppone all’emergere di una questione che, se ci affidassimo alle interrogazioni parlamentari – oltre 300, da parte di entrambe gli schieramenti – dovrebbe essere in testa alle preoccupazioni di tutto il Parlamento italiano”.
“La questione dell’uranio impoverito – prosegue Accame – si riassume in un solo concetto: per sei anni l’Italia non ha adottato le norme di sicurezza. Sembra assurdo, ma è così: abbiamo impiegato sei anni per tradurre e fare nostre delle semplicissime disposizioni che gli Stati Uniti avevano diffuso già nell’ottobre del ’93, all’epoca del conflitto in Somalia. Norme che si limitano a poche righe e che prevedono poco più che l’utilizzo di maschere, guanti o tute in presenza di uranio impoverito. Tanto basterebbe e, tuttavia, mentre in Somalia i soldati americani già indossavano delle tute da astronauti, i nostri militari se ne andavano in giro in pantaloncini corti”.
C’era – e c‘è – la consapevolezza dei danni che l’uranio impoverito avrebbe potuto provocare, “ma nessuno ha fatto nulla”.
Si potrebbe obiettare che sia molto difficile dimostrare un legame inequivocabile tra l’esposizione ad uranio impoverito e malattie che da essa sembrerebbero dipendere, come tumori o altre patologie. La stessa obiezione, del resto, addotta per i casi di contaminazione da amianto. “Certo – concorda Accame – ma la consapevolezza che uranio e amianto provochino danni è reale, eccome”.
La soluzione prospettata è, quindi, quasi banale nella sua semplicità: “Tutte le volte che si è nell’incertezza, è necessario applicare il principio di precauzione. La responsabilità della commissione non è quella di stabilire un legame certo, che non è possibile provare, quanto di mettere in evidenza che esistevano norme di sicurezza che sono rimaste inapplicate o che non sono state prese tutte le precauzioni che era possibile – e necessario – prendere. Non a caso, a parte qualche caso eccezionale, tra le truppe statunitensi non si sono più verificati casi di contagio imputabili all’uranio impoverito. Da noi, invece, una volta adottate, tali norme sono state comunque applicate ‘con estrema flessibilità’, per usare un eufemismo”.
L’ex presidente della commissione Difesa non azzarda stime sui possibili casi di contaminazione in Italia: i dati in suo possesso parlano di 300 malati e 48 deceduti per patologie riconducibili all’esposizione ad uranio impoverito. E torna a puntare il dito sull’importanza che la commissione dovrebbe avere: “Servirebbe – aggiunge Accame – una commissione bicamerale, non solo al Senato, perché si dia il giusto peso, politico e non solo, a tutta questa vicenda. Evidentemente, tuttavia, qualcuno spinge perché ci si dimentichi quanto prima dell’uranio impoverito. Io ho cercato di fare pressioni affinché questa commissione bicamerale venisse istituita, ma anche per la questione dei risarcimenti”. La legge 280/91, infatti, prevedeva un risarcimento di 25 mila euro a favore dei malati contaminati dall’uranio impoverito “ma, a causa di un errore di trascrizione nel testo della legge, tali rimborsi sono pressoché bloccati da ormai oltre 15 anni”.

