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Medioriente, esplode la polveriera

venerdì, 30 giugno '06

Palestina. Prosegue l’offensiva israeliana nei Territori. Arrestati in Cisgiordania oltre 80 esponenti di Hamas. Ritrovato senza vita il corpo del colono rapito. Preoccupazioni dal G8 a Mosca

Al già critico scenario mediorientale delineatosi in questi ultimi giorni si aggiungono ora le tensioni tra Israele e la Siria, all’indomani dell’incursione degli F-16 israeliani, che hanno sorvolato a bassa quota il palazzo presidenziale di Bashar Assad a Latakya, nella Siria meridionale. “Un atto di pirateria”, nelle parole del primo ministro siriano Mohammad Naji Otri, che avverte: “La Siria è in grado di difendersi da qualunque aggressione”, compreso questo tentativo di intimidazione con cui si, a detta sua, vuole “coprire l’attacco a Gaza”.

In quella lingua di terra che è la Striscia di Gaza, infatti, prosegue l’operazione “Pioggia estiva” dell’esercito israeliano, scatenata dal rapimento, domenica, del caporale diciannovenne Ghilad Shalit per mano di un commando di miliziani palestinesi. I militari hanno confermato un attacco aereo a Gaza City: obbiettivo, un’automobile con a bordo un non precisato “esponente di spicco” della Jihad islamica. Una vettura è stata effettivamente centrata, ma secondo fonti della sicurezza palestinese il militante sarebbe rimasto illeso. Intanto, la tenaglia israeliana stringe la morsa anche da nord: un ufficiale della sicurezza palestinese ha affermato di aver visto numerosi tank israeliani penetrare nella parte settentrionale di Gaza prima dell’alba di ieri. Nonostante fonti israeliane abbiano smentito uno schieramento di truppe nell’area settentrionale, la notizia è bastata a far sì che centinaia di guerriglieri palestinesi, col volto coperto e muniti di fucili automatici e armi anti-carro, prendessero posizione per prepararsi allo scontro con le truppe israeliane, mentre lungo le strade venivano collocate mine artigianali per bloccare i blindati.

Israele, intanto, allarga l’offensiva alla Cisgiordania, decapitando il governo di Hamas con gli arresti di otto ministri palestinesi, tra cui il vicepremier Naser al-Shaerfra e il ministro del lavoro Mohammed Barghuti. Tra Ramallah, Qalqulyah, Hebron, Jenin e Gerusalemme est in totale sono stati fermati 87 esponenti dell’organizzazione che governa i territori palestinesi: 64 leader politici e 23 capi militari.
La situazione si fa sempre più tesa, dopo che ieri mattina la radio militare israeliana ha dato la notizia dell’uccisione di Eliahu Asheri, il colono sequestrato domenica mentre faceva l’autostop da Gerusalemme verso casa, nell’insediamento di Itamar. Il corpo del diciottenne è stato trovato da militari israeliani vicino al villaggio di Beitunia, a poca distanza da Ramallah, ucciso con un solo colpo di arma da fuoco alla testa.

Il quadro mette i brividi all’intera comunità internazionale. Da Mosca, dove si è svolta la riunione dei ministri degli esteri del G8, arriva un documento che esprime preoccupazione e invita Israele a limitare le sue reazioni. Nel testo, dopo aver salutato “l’impegno per i negoziati” del premier israeliano Ehud Olmert e del presidente palestinese Mahmoud Abbas ed aver invitato “entrambe le parti a evitare misure unilaterali che pregiudichino lo status finale dei Territori palestinesi”, i ministri degli Esteri fanno appello a “tutte le parti per proteggere i civili e per non accrescere le loro sofferenze”. La dichiarazione riferisce inoltre delle “preoccupazioni per la grave situazione umanitaria nei Territori palestinesi” e ribadisce “il fermo impegno per continuare a fornire assistenza al popolo palestinese” attraverso il meccanismo internazionale temporaneo messo a punto dalla Commissione europea.

Israele ritiene responsabili del rapimento del caporale Shalit il governo di Hamas e, in particolare, l’ala militare di Hamas in Siria che fa capo a Khaled Meshaal, e continua a non voler negoziare in alcun modo a liberazione del soldato. I carri armati con la stella di David sono penetrati per oltre un chilometro nella Striscia di Gaza e presidiano il valico di Rafah, al confine con l’Egitto, dove i militanti palestinesi hanno ieri aperto con un esplosione una breccia ampia sette metri nel muro che ne delimita i confini. Immediatamente, sono accorsi gi elicotteri israeliani, mentre centinaia di poliziotti palestinesi ed egiziani hanno formato un cordone umano per impedire il passaggio di palestinesi o, peggio, dello stesso Ghilad Shalit, visto che proprio qui l’intelligence israeliana ritiene venga tenuto nascosto.

Non siamo ancora all’invasione vera e propria, e Israele tiene a precisare che non si tratta in alcun modo di “occupazione”. Ma, allora, a cosa stiamo assistendo in queste ore? Forse non lo sanno neanche gli israeliani, attacca Sever Plotzker, uno degli opinionisti più moderati e liberal, dalle colonne di Yediot Ahronot, il quotidiano più diffuso nel Paese ebraico: l’esecutivo israeliano, secondo Plotzker, non ha una teoria, un piano, e non è in grado di fornire risposta alcuna. Né verso i rapimenti, né verso il lancio di razzi Qassam e neanche verso il governo di unità nazionale tra Hamas e Fatah che presto sarà creato – se non precipitano gli accordi raggiunti di recente tra Abu Mazen e Ismail Haniyeh sulla cosiddetta “piattaforma dei detenuti” – e che riceverà il sostegno del mondo, permettendo che vengano sbloccati gli aiuti internazionali grazie ai quali sopravvive il debole Stato palestinese. Sono pochi gli israeliani che comprendono a cosa potrà portare la ritorsione militare su Gaza, con oltre 700 mila persone senza elettricità né acqua e una scorta di viveri che ne si va progressivamente assottigliando. Non è difficile, tuttavia, comprendere che il prezzo che stanno pagando i palestinesi è altissimo, una “punizione collettiva”, come l’ha definita il presidente Abu Mazen.

Israele non ha mai fatto mistero della propria avversione all’organizzazione “terrorista” di Hamas. Un’altra ipotesi potrebbe allora essere quella avanzata ieri da un altro quotidiano, Haaret’z, secondo il quale l’operazione che ha portato all’arresto di ministri ed esponenti di Hamas in Cisgiordania sarebbe stata pianificata già da diverse settimane, ma solo due giorni fa ha ricevuto l’approvazione del procuratore generale Menachem Mazuz. Nello stesso giorno, secondo il sito web del quotidiano, il capo dei servizi interni dello Shin Bet Yuval Diskin avrebbe presentato al primo ministro Olmert la lista con i nomi delle persone da arrestare. Il vuoto di potere che si è immediatamente venuto a creare, in effetti, non può che corroborare le tesi di quanti ritengono che l’elezione di Hamas alla guida dell’Anp, nel gennaio scorso, abbia in qualche misura infranto i piani di ritiro unilaterale a uso e consumo di Israele, e che il rapimento del giovane caporale abbia fornito un pretesto eccellente per togliere di mezzo una volta per tutte questo scomodo interlocutore. Significative, in questo senso, le parole di Yuval Diskin alla radio israeliana, che il giorno del rapimento di Ghilad Shalit avvertiva Abu Mazen: “Se il soldato non tornerà a casa entro 24 ore, Israele non permetterà al governo palestinese di sopravvivere”. Detto, fatto.

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