Le molte anime del Medioriente
mercoledì, 28 giugno '06
Palestina. Intesa sulla ‘’piattaforma dei detenuti’’ per la creazione di uno Stato e il riconoscimento di Israele. Scaduto l’ultimatum di Olmert, l’esercito israeliano è pronto all’attacco
Come due rette parallele, i piani politici e quelli militari dei palestinesi si incontreranno forse solo all’infinito. La big news di ieri, sul primo versante, è che Hamas e Fatah, le due principali fazioni politiche da mesi in lotta tra loro per la supremazia interna, hanno raggiunto un accordo sul documento dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, che prevede un riconoscimento implicito dello Stato di Israele. “Tutti i gruppi politici palestinesi sono pronti a un cessate il fuoco reciproco con Israele”, ha riferito Salah Zeidan, uno dei negoziatori che ha preso parte al “dialogo nazionale” tra i due gruppi rivali.
Grazie a questo accordo, non sarà più necessario il referendum sulla piattaforma proposta dai detenuti – che reca l’impronta del popolarissimo Marwan Barghouti – indetto dal presidente dell’Anp per il 26 luglio. In sostanza, il documento si articola in 18 punti e contempla la fine della resistenza armata e la creazione di un governo di unità nazionale, con l’obbiettivo della creazione di uno Stato palestinese dentro le frontiere del 1967, comprendenti Cisgiordania e la striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come capitale. L’intesa, siglata in serata da Abu Mazen e dal primo ministro Ismail Haniyeh, costituisce un passo importante per Hamas, poiché sancisce il riconoscimento, per quanto non esplicito del vicino stato israeliano, cui Hamas si è finora strenuamente opposto.
Tuttavia, tanto Fatah, di cui fa parte il presidente Abu Mazen, quanto Hamas, eletta a furor di popolo alle elezioni tenutesi a gennaio nei Territori palestinesi, sembrano essere incapaci di mantenere il controllo sull’altro fronte, quello militare, della resistenza a oltranza contro l’ “invasore israeliano”. Appare sempre più delineata, infatti, una regia occulta dietro l’attacco operato domenica da tre gruppi armati – le Brigate Ezzedin al Qassam (braccio armato di Hamas), i Comitati di Resistenza Popolare e un sedicente e sconosciuto Esercito Islamico – contro la postazione israeliana di Kerem Shalom, che è costata la vita di due soldati e il rapimento del caporale diciannovenne Ghilad Shalit. A muovere i fili del commando palestinese si celerebbe Khaled Meshal, uno dei leader dell’ala militare di Hamas, che dalla Siria avrebbe ordinato l’attacco senza fornire alcun preavviso a Ismail Haniyeh, che da Gaza cerca di tenere insieme i pezzi di uno stato palestinese sempre più stretto nella morsa della crisi degli aiuti internazionali, da una parte, e della minaccia di ritorsioni belliche da parte del vicino Stato con la stella di David, dall’altra.
Ehud Olmert, primo ministro dello Stato di Israele, non è certo tipo da lasciarsi convincere dai buoni propositi e sembra proprio essere sul piede di guerra. La reazione di fronte alla notizia del raggiunto accordo tra le fazioni politiche palestinesi è stata accolta con freddezza. Tutta l’attenzione delle autorità israeliane è rivolta a ottenere la liberazione del soldato tenuto in ostaggio, ha tenuto a precisare il portavoce del ministero degli Esteri, Mark Regev: “Se non viene rilasciato subito – ha avvertito – dovremo agire”. L’atmosfera apparente, in effetti, è quella della calma che precede la tempesta. L’ultimatum di quarantott’ore lanciato dal primo ministro Olmert alla notizia del rapimento del del caporale suo connazionale è ormai scaduto. Due reggimenti di fanteria e due battaglioni corazzati sono da ieri in posizione al confine con la Striscia di Gaza, in vista di una possibile offensiva terrestre, mentre un centinaio di carri armati e blindati sono stati ammassati nell’area costiera del kibbutz di Nahal Oz, in attesa dell’ordine del governo di entrare in territorio palestinese.
L’attacco sembra essere imminente, e nessuna delle due parti sembra disposta a cedere. I Comitati palestinesi di resistenza popolare hanno chiesto il rilascio delle donne e dei minori rinchiusi nelle carceri israeliane, in tutto circa 400 persone, ma Olmert ha escluso qualunque possibilità di “cedere al ricatto”. Gli stessi Comitati, poi, hanno annunciato ieri di aver preso in ostaggio un colono dell’insediamento ebraico di Itamar, in Cisgiordania: si tratterebbe di Aliuyahu Oshri, la cui scomparsa e’ stata denunciata dai genitori. Dalle autorità israeliane non è giunto alcun segnale di conferma, sebbene queste non escludano si tratti di una “mossa strategica” dei Comitati di resistenza popolare che, avendo saputo della scomparsa del giovane, hanno colto l’occasione per rivendicarne il finto rapimento.
All’incombente manovra bellica israeliana, i palestinesi rispondono con i bulldozer, alzando barriere di sabbia lungo le strade principali, così da rallentare il transito dei veicoli e anche la Jiahd islamica ha invitato i suoi miliziani a mobilitarsi in previsione di un possibile raid dell’esercito israeliano. Intanto, inviti alla cautela e al sangue freddo arrivano da tutta la comunità internazionale. Dal Segretario di Stato statunitense Condoleeza Rice, fino al nostro presidente del Consiglio Romano Prodi, è tutto un rincorrersi di avvertimenti sul “dare una chance agli sforzi internazionali per il rilascio di Gilad Shalit” e alla necessità di “non perdere il controllo della situazione”, lasciando la mediazione libera di “lavorare e trattare” la liberazione.
Il braccio di ferro tra Israele e l’Autorità palestinese sulla sorte del caporale sta provocando la peggiore crisi da quando, a marzo, gli islamisti di Hamas hanno formato il governo. Se Egitto, Francia, Vaticano e Usa stanno esercitando pressione per il rilascio del soldato, c’è da segnalare che i precedenti sequestri, in tutto nove, si sono conclusi con la morte degli ostaggi. In tal caso Israele considererà responsabili,a pieno titolo, il presidente Mahmud Abbas, alias Abu Mazen, ed il governo di Hamas.

