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Morto lo sceicco del terrore

venerdì, 9 giugno '06

Ucciso nel suo covo a Baquba, durante un raid Usa, il terrorista al Zarqawi. Soddisfazione della coalizione alleata, ma la guerra al terrorismo non può considerarsi vinta

Il mondo occidentale si stringe e balla festoso al cospetto di un cadavere: quello del terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi. Il viceré dei cattivi, secondo solo al suo maestro Osama Bin Laden, uno dei pochissimi al mondo a poter vantare una taglia sulla propria testa da 25 milioni di dollari, è morto. Finito, kaput, e questa volta sul serio, dopo numerose occasioni in cui il terrorista era stato dato per deceduto e si era arrivati persino a metterne in dubbio l’esistenza.

L’emittente americana Abc è stata la prima, ieri mattina, a dare la notizia, in seguito confermata dal primo ministro iracheno Nuri al Maliki, quindi dalla stessa al Qaeda. Per mettere in pace gli animi degli scettici, poi, il comando militare statunitense in Iraq ha esibito una foto del corpo del leader qaedista, comunicando anche la sua avvenuta identificazione tramite le impronte digitali, mentre sarebbero ancora in corso le analisi del Dna. “Abbiamo posto fine all’esistenza di Zarqawi”, ha dichiarato al Maliki nel corso della conferenza stampa congiunta con il generale George Casey, ringraziando la popolazione civile e i soldati e rispolverando la retorica del “l’abbiamo preso” che aveva accompagnato la cattura di Saddam Hussein, capace – ieri come nel 2003, quando il proconsole americano a Baghdad, Paul Bremer, riferì dell’avvenuta cattura del dittatore – di scatenare l’ovazione ammirata della folla.

La ricostruzione del premier iracheno alla televisione di Stato al Iraqyia conferma quanto riferito dall’Abc: il terrorista è rimasto ucciso nella casa dove si nascondeva, nelle vicinanze di Baquba, città a 65 chilometri a nord di Baghdad, durante un raid aereo della Coalizione. Gravemente ferito, ma ancora vivo, alla cattura, sarebbe poi morto poco dopo essere stato consegnato alle forze di sicurezza irachene. Nell’attacco sarebbero morte anche altre cinque persone – tra cui il consigliere spirituale di Zarqawi, Sheikh Abd al Rahman, una donna e un bambino –, mentre sarebbe finito in manette anche un suo strettissimo collaboratore, che avrebbe già fornito informazioni cruciali sulla guerriglia. Informazioni che, sommate a tutte quelle rinvenute nel covo di Baquba – “un vero tesoro”, nelle parole del generale Casey – avrebbero consentito di lanciare, ad appena un’ora dall’arresto del terrorista giordano, ben 17 operazioni militari contro altrettanti obbiettivi.

L’annuncio precede di poco l’altro evento della giornata. La lista dei ministri di governo è stata completata con i tre nomi mancanti, i titolari dell’Interno, della Difesa e della Sicurezza nazionale. Il premier ha designato gli sciiti Jawad Polani (Interni) e Cirwan al Waili (Sicurezza Nazionale), e il sunnita Abdel Kader Oubeidi (Difesa). Quindi è andato in parlamento per chiedere il sostegno dell’assemblea, arrivato puntuale. La nomina dei tre nuovi ministri mette fine dunque a mesi di trattative, ma il nuovo governo, composto da 39 ministri, potrà ora occuparsi delle “34 priorità” individuate da al Maliki, con particolare attenzione alla sicurezza e allo sviluppo economico.

Inutile dire, però, che “il fatto del giorno” è stato il primo. L’uccisione di Zarqawi è senz’altro un successo, in grado di dare nuovo slancio al processo di democratizzazione Paese, di risollevare il morale della nuova classe dirigente, della popolazione civile e della coalizione multinazionale. Il debole Stato iracheno avrà ora maggiore forza nell’offrire un “cessate il fuoco” agli insorti, se saprà sfruttare l’inevitabile momento di sbandamento dovuto alla decapitazione della leadership terrorista. E’ presto, molto presto, tuttavia, per cantare vittoria. Ce l’ha insegnato la “fine” della guerra in Iraq – dichiarata con eccessiva fretta dopo la cattura di Saddam – che, invece di portare alla pacificazione del Paese, ha aperto la porta a una stagione di conflitto intestino, di attentati e di nuovi morti che sembra non conoscere termine. Lo sanno bene le figure che si celano dietro il nome di Al Qaeda, che già nel pomeriggio di ieri diffondevano su al Hisbah, sito web ufficiale dell’organizzazione in Iraq, un comunicato che, se da una parte contribuiva a fugare ogni dubbio sull’avvenuta morte del leader giordano, dall’altra si mostrava pronto ad iscrivere un nuovo eroe nell’albo dei martiri della resistenza islamica: “La morte dei nostri capi rappresenta la nostra vita e non fa altro che rafforzare la nostra perseveranza sul cammino del jihad affinché la parola di Allah sia la più alta”, si leggeva sulle pagine del sito. Ed infatti già si susseguono i nomi sul possibile successore dello “sceicco Abu Musab”, che sarà probabilmente un iracheno, Abu Abdul Rahman al Iraqi o Abdallah Bin Rashid al Baghdadi, mentre per il comando Usa potrebbe essere l’egiziano Abu al Masri, tra i creatori della prima cellula di Al Qaeda nella regione di Baghdad.
Anche i potenti dell’Occidente, ad ogni modo, sono ben consci che dall’uccisione di Zarqawi possono trarre ben poco conforto. Soddisfazione, certo, soprattutto per George W. Bush e Tony Blair. Sollievo, anche. Ma accompagnato dalla consapevolezza che la guerra al terrorismo continua e che molti altri sacrifici attendono le forze della coalizione, prima che le pagine dell’Iraq possano venire effettivamente voltate. L’opinione pubblica internazionale ne è cosciente: un grande successo, ma anche una morte che non cambierà di molto la situazione del terrorismo in Iraq, dove la guerra continua e, anzi

La perdita di Zarqawi ha, per la galassia del terrore, un valore più simbolico che immediato, e ci vorrà poco perché la rete ricucia le maglie spezzate. D’altro canto, già da mesi si rincorrevano le tesi di esperti e analisti che davano il giordano per “decaduto” dalla guida della guerriglia irachena, a causa dei numerosi errori politici e della generale condanna della umma per aver dato un’immagine negativa della resistenza e aver compiuto attentati in Paesi vicini dell’Iraq, come la Giordania, i più cruenti dei quali hanno colpito Amman il 9 novembre 2005, producendo sessanta vittime. Di un avvicendamento ai vertici del braccio di Al Qaida in Iraq aveva scritto anche il New York Times a fine marzo, spiegando che la cellula irachena della più grande rete del terrore si era unita ad altri cinque gruppi terroristici dando vita al “Mujahedeen Shura” o “Consiglio per la Guerra Santa dei Mujahedeen”, guidato, appunto, da quel Abdallah Bin Rashid al Baghdadi che potrebbe essere il favorito nel prendere il posto di Abu Musab Zarqawi.

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