D’Alema, missione compiuta
giovedì, 8 giugno '06

Iraq. Il ministro degli Esteri italiano, in visita a Baghdad, riceve il plauso delle autorità irachene per il modo in cui avverrà il ritiro delle nostre truppe
A poco meno di 48 ore dall’ultimo, tragico episodio di Nassiriya, e a poco più di una settimana dalla visita del ministro della Difesa Arturo Parisi (cfr. Aprileonline n. 173 del 31/05/06), l’Iraq è di nuovo terra di incontri per i diplomatici italiani. Ieri, è stata la volta di Massimo D’Alema. Il ministro degli Esteri sceglie la capitale Baghdad come meta del suo viaggio, una città impaurita, dove ancora si spara tutti i giorni e muoversi liberamente risulta impossibile o quantomeno “rischioso”. Nessuna novità, il succo del messaggio è sempre lo stesso: il ritiro delle truppe italiane dall’Iraq è “un processo graduale”, destinato a completarsi “entro l’anno”.
Giunto in Iraq per una visita-lampo – in cui ha incontrato il suo omologo Hoshyiar al Zebari, il premier Nouri Al-Maliki, il presidente del Parlamento Mahmoud Al-Mashadani e il presidente della Repubblica, Jalal Talabani – il titolare della Farnesina ha ricordato che le modalità del ritiro sono “un problema affidato alla responsabilità della Difesa e degli Stati maggiori”, anche perché “non è un’operazione tecnicamente semplice”. Ma, in un modo o nell’altro, i soldati torneranno comunque a casa: c‘è “un mandato degli elettori” da rispettare, ha detto D’Alema a Zebari. “Nel frattempo – ha aggiunto – l’Italia sta consultando il governo iracheno e quelli degli altri Paesi che hanno truppe in Iraq per garantire un ordinato passaggio di consegne, senza porre problemi di sicurezza o vuoti di potere”.
La strategia della consultazione e del dialogo dà i suoi frutti, e Massimo D’Alema lascia il suolo iracheno con un risultato importante, in un momento tanto delicato per la costruzione del futuro iracheno. L’Italia ha già fatto la sua scelta politica, da tempo. E’ stato preso un impegno in campagna elettorale, la missione militare “è finita” e la sicurezza irachena è pronta a subentrare, assumendosi la responsabilità della sicurezza nelle aree che saranno lasciate vuote dagli uomini della missione “Antica Babilonia”. Il titolare della Farnesina guadagna il plauso delle autorità locali. Il presidente Jalal Talabani – incontrato da D’Alema nel pomeriggio a Suleimanyia, nella provincia del Curdistan – indica le modalità di ritiro delle truppe italiane come “un modello”che gli altri Paesi dovrebbero seguire. Altri Paesi, l’allusione evidente è alla Spagna di Zapatero, se ne sono andati dalla sera al mattino, senza preavvisi. L’Italia ha scelto un’altra strada, per quanto il momento sia diverso: ora, Baghdad vuole provare a recuperare il controllo di parti del territorio, con un programma che, ha confermato il primo ministro Nuri al Maliki, “inizierà proprio nella parte meridionale del Paese”, cioè dove opera l’Italia. Le forze armate italiane hanno avuto “un ruolo molto importante nel garantire la sicurezza e noi saremo per questo sempre grati” ha anche aggiunto il premier iracheno, sottolineando che “il piano italiano, quindi, è pienamente compatibile con il programma iracheno”. Anche il presidente del Parlamento, Mahmud al Mashdani, si aggiunge al coro di approvazione: i rapporti tra i due Paesi “sono eccellenti e rimarranno tali” anche dopo la decisione di ritirare i soldati.
Sul piano multilaterale, è necessaria una presenza internazionale più importante, con un ruolo sempre più forte di Nazioni Unite, Unione Europea e Nato. Intanto, l’Italia proseguirà sulla strada del bilateralismo e accrescerà il suo sostegno a settori fondamentali come quelli della ricostruzione, della sanità, del sostegno alla creazione di istituzioni più forti. “Stiamo valutando tutte le ipotesi di cooperazione che non prevedano di mantenere le nostre Forze Armate. Tutto ciò che è compatibile con questo mandato, e ci sono tantissime cose che si possono fare, noi le faremo”. Il punto di arrivo sarà un vero e proprio patto di cooperazione tra i due Paesi: per questo motivo, D’Alema ha anche invitato in Italia una delegazione irachena per firmare un accordo a Roma.
Per D’Alema – comunque – ci sono tutte le “premesse” perché italiani e iracheni continuino a “lavorare insieme”: “Dobbiamo questo ai nostri connazionali passati da qui in questi anni ai quali io oggi voglio rendere omaggio”. L’Italia ha pagato un altro “prezzo di sangue”, ma tutto questo ha comunque “cementato” il rapporto tra i due Paesi. Un rapporto che, nelle parole del ministro degli Esteri, può adesso svilupparsi ancora.

