Luci e tramoni a Nordest
martedì, 28 marzo '06
Europa. L’Ucraina è andata al voto domenica: nessuna rivolta, nessuna denuncia di brogli. Ma risultato inatteso: solo terzo il partito dell’‘’arancione’’ presidente Yushenko

C’è un libro che, in queste settimane, è andato particolarmente a ruba nelle librerie di Kiev. Si chiama: “Uccidere Julia”. Un titolo provocatorio per un romanzo di fantapolitica su di una donna “coraggiosa che non è mai piaciuta alla cerchia ristretta e corrotta degli uomini di Yushenko”, come dice il suo autore, Yuri Rohoza. Eppure, quello che si sta preparando in Ucraina è proprio il grande ritorno di Julia Tymoshenko, che con tutta probabilità riprenderà le redini del paese là dove le aveva lasciate lo scorso autunno: dalla poltrona di primo ministro.
L’Ucraina è andata al voto domenica. Nessuna rivolta, nessuna accusa di brogli. Gli osservatori internazionali hanno certificato già ieri la piena regolarità delle elezioni, che sono state trasparenti, libere e corrette. In una parola, “democratiche”. Ma il responso delle urne ha già fatto sì che la “Primavera ucraina” – celebrata a furor di popolo quindici mesi fa, con la vittoria di Viktor Yushenko – si trasformasse in un tiepido autunno. Ad uscire vincitore dalle urne è Viktor Yanukovich, per la gioia di Mosca, dell’ex presidente Leonid Kuchma e, in generale, per tutti coloro che ritengono che il futuro del Paese sia ad Est e non a Ovest. Quale governo, poi, si andrà effettivamente a formare, lo sapremo solo tra un paio di mesi, quando scadrà il termine massimo per la formazione della maggioranza. La soluzione più accreditata, in ogni caso, sembra essere quella di una coalizione tra il partito dell’attuale presidente, Viktor Yushenko – il vero sconfitto di queste consultazioni – e quello della “Principessa del gas”, come è stata soprannominata l’ex alleata Timoshenko dai suoi oppositori. I due, infatti, starebbero già intavolando delle trattative per la formazione del futuro governo.
Nelle settimane che avevano preceduto l’appuntamento elettorale, le bandiere e le tende arancioni erano tornate a sventolare sulla Majdan, la piazza dell’Indipendenza divenuta nell’autunno 2004 il luogo simbolo della pacifica rivolta, che fece scoprire al mondo una nuova Ucraina. Ma la “Rivoluzione arancione” si è sbiadita nei mesi, tra accuse di corruzione e lotte di potere. L’alleanza tra i protagonisti della pomarancjova revolucja è andata in frantumi lo scorso autunno, quando il presidente Yushenko licenziò il governo di Julia Timoshenko, che lui stesso aveva voluto come primo ministro.
La caduta di popolarità del presidente è il risultato di un anno di bagarre politica e di crescita economica molto lenta per l’Ucraina. Il governo che emergerà dovrà riaprire il capitolo delle forniture di gas naturale dalla Russia. L’attuale governo, infatti, aveva raggiunto un accordo con la russa Gazprom, che all’inizio di marzo aveva riaperto i rubinetti delle forniture. Ma la Timoshenko, fortemente anti-russa, ha già chiarito la sua intenzione di rinegoziare il pacchetto concordato e riportare il prezzo del gas ai livelli dello scorso anno. Ed è proprio su tale questione che verterà lo scontro tra le due “anime” del paese. Le regioni orientali – dove è localizzata l’industria pesante, dell’acciaio, della raffinazione e petrolchimica e nelle quali risiede una importante minoranza russa – dipendono dagli approvvigionamenti energetici del grande vicino e dal mercato russo verso il quale va circa il 20 per cento dell’export ucraino. Più distante dall’orbita Russa è invece la parte centro-occidentale del paese, più agricola e legata ai servizi, con forti legami commerciali, etnici e religiosi con Polonia e Lituania. Lo smembramento dell’Urss ha lasciato l’Ucraina in una difficile situazione in quanto il paese ha un alto consumo energetico (paragonabile, pro capite, a quello della Germania) ma – carbone a parte – non dispone delle materie prime necessarie per alimentare il settore industriale da cui dipende circa il 35 per cento dell’occupazione. Appare improbabile che gli accordi con la Gazprom si guastino del tutto ma è certo che i mercati europei, che dipendono dal transito attraverso l’Ucraina per una quota importante delle loro importazioni di gas naturale russo, cominceranno già da ora a preoccuparsi circa la possibilità di una nuova riduzione delle forniture nel prossimo autunno.
Accanto all’Ucraina, c’è un altro paese che si trova in questi giorni a dover fare i conti con il proprio futuro. E’ la Bielorussia, dove le elezioni del 19 marzo scorso non hanno portato lo spirito democratico che tanto era stato auspicato, bensì l’ennesima replica di un copione visto già troppe volte. Alla terza vittoria consecutiva del presidente Lukashenko – denunciata dall’Osce e dagli osservatori internazionali per il clima di intimidazione in cui si è svolta e la scarsa trasparenza che l’ha caratterizzata – hanno fatto immediatamente seguito le contestazioni di piazza nella capitale Minsk, guidate dai candidati avversari, Milinkevich e Kozulin, che chiedevano la ripetizione del voto. La risposta non si è fatta attendere, ma non è stata quella sperata: nessuna rivoluzione, com’era accaduto in Ucraina, ma arresti e dispersione dei manifestanti. Trecento gli attivisti arrestati dalla data della consultazione, almeno settecento secondo fonti vicine all’opposizione, che da ieri rischiano il carcere per aver cercato di opporsi al sedicente “ultimo dittatore d’Europa”.

