Gheddafi, il piede in due staffe
sabato, 4 marzo '06
Calderoli ‘’riabilitato’’ dopo le ultime dichiarazioni di Gheddafi. Ma il passato coloniale è una scusa periodicamente sfruttata dal dittatore per sviare dai reali problemi del suo paese
Gheddafi, due giorni fa, aveva puntato il dito contro “un ministro italiano fascista, che ha usato un linguaggio razzista, da crociato, colonialista e retrogrado”. Un ministro che, secondo Gheddafi, “il governo italiano detesta e ripudia e che é stato costretto a dimettersi”. Ma Roberto Calderoli non se la prende affatto e – a margine della presentazione della campagna elettorale della Lega Nord alle prossime elezioni politiche – ringrazia il presidente libico “per due motivi: per avere fatto un’azione di verità e per avermi insultato, è un onore essere insultato da Gheddafi”. Il motivo è presto spiegato: il dittatore, nel discorso pronunciato a Sirte l’altro ieri, nel giorno dell’anniversario della nascita dei Comitati popolari (che svolgono, in Libia, le funzioni di un Parlamento), ha assicurato che le recenti sanguinose proteste che si sono tenute in Libia non avevano nulla a che fare con la pubblicazione, da parte di un giornale della Danimarca, delle vignette satiriche su Maometto, ma erano un’espressione di odio verso gli italiani per il nostro passato di colonizzatori.
Affermazioni che hanno fatto esultare la Lega Nord, secondo la quale il Colonnello “ha reso giustizia a Calderoli”. Che importa se gli ha dato del fascista, razzista, ecc.? “Mi hanno dato del pazzo, mi hanno dato del buffone, mi hanno dato dell’irresponsabile, mi hanno minacciato di morte, hanno messo sulla mia testa una taglia superiore ai dieci milioni di dollari e la magistratura mi ha inquisito”, ha tuonato Calderoli. “Ho subito tutto questo in silenzio e ho rassegnato le dimissioni da ministro. Le dichiarazioni di Gheddafi, però, testimoniano che la vicenda delle magliette non c’entra nulla con l’attacco al nostro consolato a Bengasi. Ne consegue che le accuse che sono state rivolte a me sono state strumentali e non si è esitato neppure a strumentalizzare i morti per scaricare il barile o per guadagnare qualche consenso elettorale. Oggi esigo le scuse ufficiali nei miei confronti, nei confronti della Lega e nei confronti di quelle persone la cui morte è stata strumentalizzata”. Le scuse richieste sono quelle degli esponenti della maggioranza che “nei momenti successivi ai fatti di Bengasi hanno detto cose che sono poi state smontate dallo stesso Gheddafi”.
Meglio quindi che la Libia ce l’abbia con tutta l’Italia per vicende accadute ormai quasi un secolo fa (era il 1911): il buon nome dell’ex ministro è salvo. Ma Gheddafi, in questo modo, può continuare a cavalcare l’ondata di malcontento che sta attraversando il popolo musulmano – ponendosi dalla parte dei dimostranti di Bengasi “ingiustamente” repressi – e, dall’altro lato, battere cassa, ancora una volta e con una freccia in più al suo arco, circa il risarcimento per i danni provocati dal colonialismo italiano in Libia.
Il colonnello, abilissimo drammaturgo e demagogo, ha convocato i più alti funzionari dello Stato, assieme a numerosi sostenitori, ha atteso che le telecamere delle tv nazionali fossero ben a fuoco sulla sua figura e ha eseguito una magistrale rilettura degli eventi di due settimane fa, nella maniera che poteva risultargli più conveniente. Quella di Bengasi non è stata la risposta a “provocazioni nei confronti dei musulmani e alle offese verso il profeta Maometto”, come avevano riportato fonti ufficiali a ridosso dell’accaduto. I dimostranti non se la sono presa con l’ambasciata italiana in quanto unica rappresentanza dell’Occidente a Bengasi, infuocati per la storia delle vignette danesi e per il replay che ne aveva fatto Calderoli. I libici quasi non sanno cosa sia, la Danimarca. E’ l’Italia che odiano, sin dal 1911, e ogni occasione è buona per far riesplodere la loro rabbia. E la ragione è che l’Italia ha mancato di compensare i libici per le loro sofferenze.
Con grande sfoggio di abilità retorica, il leader della Jamahiriya ha poi ricordato i buoni rapporti tra il nostro paese e il suo, motivo in più perché si paghi il dovuto, e ha aggiunto una piccola punzecchiatina, di quelle che se vengono colte, bene, altrimenti è anche meglio: “Bisogna prevenire il ripetersi della colonizzazione in futuro, perché nessuno sa come l’Italia evolverà nei prossimi 50 o 100 anni”. L’odio verso gli italiani per colpa del passato coloniale è una delle scuse preferite da Gheddafi, che la sfrutta da 25 anni quale capro espiatorio esterno per sviare i reali problemi del suo paese: l’ex colonia è una spina nel fianco da quando nel 1970 Gheddafi espulse in massa i ventimila italiani che vi risiedevano da generazioni, sequestrando tutte le loro proprietà.
Difficile che, dopo tutti questi anni, qualcuno in Libia si ricordi ancora del passato coloniale, come è ancora più improbabile che lo avessero presente i manifestanti di Bengasi. Stato-canaglia, grande amico e tramite tra Occidente e mondo arabo, la Libia riveste una grande importanza commerciale per l’Italia, in cui la parte del leone la fanno le esportazioni di petrolio e gas. La classe politica, qualunque sia lo schieramento, dovrebbe forse riflettere sul fatto che nei rapporti con questo paese ci vuole un approccio pragmatico e realista, che non si illuda di ricevere trattamenti preferenziali e non faccia vanto di un rapporto speciale che, in realtà, non ha avuto né Cossiga, né D’Alema, né altri.

