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gen 19

Waiting for Obama

Scritto da Vittorio Strampelli il 19 gennaio 2009. Archiviato in .

Penso che a differenza di Clinton [Obama] sia un uomo buono. E che, a differenza di Bush, sia un uomo intelligente. E per quanto io sia in disaccordo con molte delle sue politiche — quelle che ha annunciato, almeno — non credo di aver mai pronunciato nella vita le parole “il mio presidente”. E questa volta non vedo l’ora di pronunciarle.

Sean Penn

Aperta da un mega-concerto al Lincoln Memorial di Washington, si appresta a cominciare la nuova stagione degli Stati Uniti, che tra poche ore vivranno la nomina ufficiale e l’insediamento del primo presidente abbronzato di colore della propria storia.

Il popolo americano e, al seguito, i popoli del resto del mondo, ripongono grandi speranze sulla nuova stagione degli USA e sulle future politiche del neo-presidente.
Gli Stati Uniti stanno attraversando forse il momento più critico della loro storia, sia in ottica economica, con una crisi che sta provocando costi salatissimi, sia in chiave politica e culturale. L’eredità lasciata da George W. Bush e dai repubblicani neocon è pesantissima: l’economia è allo sbando, le disparità sociali ed economiche trovano forse un parallelo solo con gli anni ’20 del secolo scorso. Ma, soprattutto, l’America ha perso il suo ruolo di modello di riferimento, quel soft power che, prima ancora della potenza economica, industriale e militare, le ha permesso di esercitare una decisiva influenza sulla governance globale e globalizzata.

Fin dalla sua candidatura, Obama è stato dipinto come una sorta di Messia, di salvatore della patria e della Terra, il grande taumaturgo capace, con la sola imposizione delle mani, di trovare una soluzione ai tanti mali che affliggono l’umanità. Otto americani su dieci credono in lui, secondo gli infaticabili sondaggisti d’oltreoceano.

Alla vigilia del suo giuramento, il rischio concreto è che Obama si ritrovi schiacciato dall’altissima popolarità che lo avvolge e che, qualunque cosa faccia, finisca col deludere le immense aspettative che si concentrano su di lui. Per quanto il 44mo Presidente Usa possa lavorare bene, infatti, occorrerà del tempo perché si possano cogliere dei risultati apprezzabili e per questo, fin dalla notte della sua vittoria, a novembre, Obama ha lanciato inviti a raffreddare gli entusiasmi. La stessa cosa ha fatto sabato scorso, parlando a 40.000 persone a Baltimora in una tappa del viaggio in treno alla volta di Washington: dopo aver descritto il compito che lo aspetta, il presidente eletto ha aggiunto che occorre riconoscere che “sfide di questa enormità non saranno risolte velocemente: ci saranno false partenze e ostacoli, frustrazioni e delusioni. Io farò qualche errore e saremo tutti chiamati a mostrare pazienza, anche nel momento in cui agiremo con furiosa urgenza”.

Speriamo davvero che gli americani e il mondo intero sappiano aspettare.

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