apr 04
apr 04
Il lupo perde il pelo ma non il vizio. E Silvio Berlusconi, non pago dell’incidente diplomatico sfiorato con il Quirinale appena pochi giorni or sono, torna ad attaccare gli ordinamenti fondanti della Repubblica.
Pochi giorni fa aveva definito il Colle come le “forche caudine” destinate ad ostacolare il suo futuro lavoro di Primo ministro. Bacchettato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e costretto per questo a scusarsi ha messo subito le mani avanti sfoderando il suo mantra di sempre: “Sono stato travisato”. Un ritornello che, tra l’altro, non gioca certo a favore di quella reputazione di grande e abile comunicatore che Berlusconi ostenta di sé.
Ora, come si dice, errare è umano. Ma perseverare è diabolico. Ed ecco di nuovo che, lancia in resta, il Cavaliere torna a combattere la sua battaglia, allargando il campo non solo al Quirinale, ma all’intero “sistema istituzionale”, gran parte del quale, “se non tutto”, sarebbe schierato compatto contro di lui e il suo futuro governo, che per sopravvivere avrà, dunque, “tante, troppe cose da fare”.
Non è difficile immaginare cosa intenda il leader del Pdl con la generica espressione di “sistema istituzionale”: la Corte costituzionale, il Csm, la “grande stampa”, “parti importanti della magistratura”. E la Presidenza della Repubblica? Anch’essa, certo. Anche se, in teoria, solo in passato, quando al Colle sedeva Carlo Azeglio Ciampi, la cui “interpretazione dubbia” della legge elettorale, è tornato a ripetere Berlusconi, costrinse il centrodestra, all’epoca al governo, ad apportare quelle modifiche che l’hanno resa una “porcata”.
La cornice istituzionale, con le sue regole e le sue restrizioni, non è mai stata del tutto digerita dal Cavaliere, che è fin troppo abituato a muoversi ai limiti della legalità, che giustifica l’evasione fiscale ed è stregato dall’idea di poter tornare a Palazzo Chigi per concludere quel lavoro che non è mai riuscito a portare a termine in quindici anni di attività politica.
Scrive bene Massimo Giannini, su Repubblica di qualche giorno fa, bollando le sortite di Berlusconi come “un insulto nei confronti del sistema dei valori repubblicani”, che si fondano sulla collaborazione tra le istituzioni, sul rispetto degli organi di garanzia e sul bilanciamento dei poteri dello Stato. Non c‘è spazio, nella sua visione, per un leale dialogo istituzionale e politico: da una parte c‘è lui, l’“unto del Signore” con la sua missione evangelica; dall’altra, un indistinto e pericoloso nemico da piegare una volta per tutte al suo volere.
“Credo che la prima cosa da cambiare sarà la nostra architettura istituzionale”, torna dunque a ripetere il leader del centrodestra. L’antico sogno di modificare la Costituzione, di attribuire maggiori poteri decisionali al premier (quindi a se stesso), è duro da abbandonare, nonostante sia già stato infranto da un referendum popolare del giugno 2006.
Berlusconi appare provato da questa nuova corsa elettorale; il peso degli anni si fa sentire, non c‘è bandana che tenga, questa volta. Ma l’insistenza, la tenacia nel ribadire sempre gli stessi concetti fino allo sfinimento (o, chissà, fino al completo lavaggio del cervello) sono rimaste immutate. Ecco allora che il capo del Pdl appare sempre più come l’Agilulfo del Cavaliere inesistente di Italo Calvino: un’armatura vuota, che si tiene in vita solo grazie alla sua forza di volontà e ostinazione.