Click here

mar 12

Italia, crescita al rallentatore

Scritto da Vittorio Strampelli il 12 marzo 2008. Archiviato in .

“Che il dato della crescita si abbassi non è una novità, e il fatto che non sia ancora giunto a zero è già di per sé una notizia non terribilmente brutta”. Tenta di sdrammatizzare, Paolo Leon, docente di Economia all’Università di Roma Tre, nel commentare i dati contenuti nella Relazione unificata sull’economia e la finanza, l’ex trimestrale di cassa, piovuti come una doccia fredda sulla già preoccupante situazione economica italiana e internazionale. Secondo le previsioni, infatti, il pil per l’anno in corso crescerà appena dello 0,6 per cento, contro l’1,5% del settembre scorso, mentre il rapporto deficit/pil viene rivisto al rialzo, al 2,4%, contro il 2,2% della stima precedente. Il debito pubblico, invece, dovrebbe raggiungere nel 2008 il 103% del pil, per calare al di sotto del 100% nel 2010.

“C‘è da dire – prosegue Leon – che queste previsioni sono influenzate da quanto sta accadendo in Paesi come gli Stati Uniti, la Cina e le altre economie emergenti, più che sulla base di quello che succede direttamente in Italia o in Europa. Ma l’attuale stagnazione, per non dire recessione, che sta investendo l’economia internazionale è destinata ad affacciarsi, anche se con un po’ di ritardo, anche in Italia”.

C'è di che essere preoccupati, dunque.
"Certamente sì, perché l'Italia ha già dalla sua un tasso di crescita basso. Ma un tasso di crescita così basso implica una serie di difficoltà ulteriori: per l'occupazione, per i salari, per la finanza pubblica".

Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa si è però mostrato ottimista almeno sulla possibilità di raggiungere il pareggio di bilancio entro il 2011.
"A parte il fatto che Padoa-Schioppa non ci sarà, come ministro, nel 2011, c'è quasi da augurarsi che la sua previsione non si avveri. Certo, riusciremo a ridurre un po' di più il debito pubblico, ma non sarà un vero guadagno: perché il pareggio di bilancio - o il progressivo avvicinamento a esso - avrà come risultato che la finanza pubblica non solo non contribuirà alla crescita, ma al contrario contribuirà a mantenere la crescita molto bassa. E questo è un dramma perché, in una fase di recessione come quella che ci stiamo apprestando ad attraversare, dell'intervento dello Stato non si può fare a meno.

"C'è poi un'altra questione da rilevare. Ogni crisi si riflette in maniera diversificata sul territorio, e questa situazione di crescita bassa avviene in maniera differenziata nelle varie regioni d'Italia. Certamente avrà un impatto maggiore nel Nord rispetto al Sud. Ma avrà anche ripercussioni evidenti sul Sud, il quale è già molto indietro in termini di reddito pro-capite e di occupazione, con il risultato di produrre una disparità ancor più drammatica. Ma di questo mi pare che nessuno se ne preoccupi, mentre sarebbe importante auspicare un intervento da parte dello Stato, invece di rimanere concentrato esclusivamente nel rimettere a posto i conti pubblici, con la speranza che così facendo si rimetta in moto anche lo sviluppo".

Quanto di questa situazione italiana dipende effettivamente dalla sfavorevole congiuntura economica internazionale, e quanto la crisi che stanno attraversando gli Usa non è, invece, una sorta di "paravento" per mascherare problemi che invece sono tutti interni all'Italia? E' vero, infatti, che le stime di crescita sono state corrette al ribasso un po' per tutti i Paesi dell'Unione europea, ma è anche vero che l'Italia è tra tutti il Paese che continua a crescere di meno.
"Che l'Italia sia il fanalino di coda dell'Ue, in quanto a crescita economica, è una realtà che precede di gran lunga l'attuale crisi economica internazionale. Il problema strutturale maggiore di questo Paese è che le sue imprese non sono in grado di garantirgli una crescita economica sufficiente. Non centrano nulla, da questo punto di vista, i salari, che come si sa sono comunque i più bassi d'Europa. Centra molto, invece, la politica della Banca centrale europea, perché un Euro così alto mette le nostre esportazioni internazionali in seria difficoltà. Ma, essenzialmente, il problema è che abbiamo una serie di imprenditori che non sono capaci di fare il loro mestiere, che negli anni hanno preferito investire nel panorama finanziario piuttosto che in beni e servizi. Anche là dove la domanda è forte, hanno preferito non soddisfarla direttamente, producendo di più e meglio, ma hanno scelto di investire in titoli di varia natura. E adesso naturalmente si trovano in difficoltà perché quei titoli oggi valgono poco. Non solo, ma il problema è anche di prospettiva: siccome c'è la recessione le imprese cresceranno molto poco, e questo comporterà un aumento molto moderato della produzione. L'occupazione, di conseguenza, diminuirà, e lo stesso farà la domanda interna. La soluzione predicata da tutti, cioè quella di abbassare le tasse sui salari, è in realtà una misura ipocrita: i salari sono bassi non perché le tasse sono eccessive ma, banalmente, perché le imprese pagano troppo poco. Di sicuro le imposte hanno il loro peso, ma se le imprese non aumenteranno le vendite, e continueranno sostanzialmente ad essere facilitate dai governi, non riusciranno a innalzare i margini di guadagno in maniera sufficiente a garantire nuovi investimenti. E di sicuro non si metteranno a rischiare proprio adesso, dati i preoccupanti scenari internazionali. Da questo punto di vista, siamo in un cul-de-sac".

Si parla da tempo di un intervento a sostegno dei salari. Ma la situazione attuale non spinge forse a pensare che sarebbe meglio sostenere le imprese?
"No, sarebbe meglio sostenere i salari, perché sostenere le imprese in questo momento significa dar loro dei soldi che quasi certamente investiranno all'estero. Naturalmente, però, anche investire nei salari è un problema, perché con un Euro così alto i consumi crescono ma tendono a indirizzarsi verso i prodotti importati, che costano di meno. Quindi non è detto che anche un intervento in questa direzione - sicuramente necessario per dare un po' di respiro alle famiglie - sia risolutivo per l'economia nazionale".

Lo scenario più preoccupante, di cui pure capita di leggere in questi giorni, è quello che tiene conto della stagnazione economica e del persistente aumento dei prezzi, rievocando l'incubo della "stagflazione" che si abbatté sull'Europa e sul mondo sul finire degli anni '70. E' questo che dobbiamo temere dal prossimo futuro?
"Non credo che questa ipotesi, terribile, sia realistica. Negli ultimi anni, il prezzo del petrolio è cresciuto in media del 50 per cento, mentre i prezzi delle materie prime solo del due, tre per cento. Questo significa che il peso complessivo dell'aumento del petrolio e di tutte le materie prime sul costo della vita è di molto inferiore rispetto agli anni '70. La differenza, rispetto ad allora, è che oggi non ci sono più gli elementi che salvaguardano i salari dall'aumento dei prezzi, ma quella attuale non è certo stagflazione. E' corretto, invece, parlare di stagnazione economica unita a inflazione relativamente modesta (quella degli anni '70 era a due cifre), che finirà quando effettivamente entreremo in recessione e il prezzo del petrolio diminuirà. Anche dopo la grande recessione del 1981, in fondo, i prezzi del petrolio crollarono".

Designed by ikram_zidane
0 to “Italia, crescita al rallentatore”
Personal Information
(required)

(required)





Aiuto Textile