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feb 11

Pechino 2008: le Olimpiadi col bavaglio

Scritto da Vittorio Strampelli il 11 febbraio 2008. Archiviato in .

All’imbarazzata difesa ha fatto seguito una precipitosa retromarcia: dopo la trasversale pioggia di critiche di associazioni per i diritti umani e schieramenti politici, il comitato olimpico britannico ha deciso di cancellare la clausola censoria che avrebbe vietato agli atleti di Sua Maestà ogni tipo di critica alla Cina su temi come Tibet e diritti civili.

Sono occorse meno di 24 ore alla British Olympic Association (BOA) per fare dietro-front e smentire le rivelazioni del domenicale britannico Mail on Sunday, precisando che “le istruzioni sono state male interpretate” e riconoscendo che “erano aperte ad interpretazioni inesatte”. “Non c‘è l’intenzione di imbavagliare nessuno. Stiamo cercando di riflettere su quanto inserito nella Carta Olimpica”, ha precisato il portavoce del Boa, Grahan Newsom. Inserita nel contratto imposto come condizione a tutti gli atleti selezionati, la controversa clausola avrebbe sancito nero su bianco l’impegno della nazionale britannica a non criticare in alcun modo il Paese ospitante le prossime Olimpiadi. Un silenzio obbligatorio, pena l’esclusione dai giochi stessi, per evitare imbarazzi internazionali o incidenti diplomatici, dovuto forse all’eccesso di zelo nell’interpretare la normativa del CIO (il comitato olimpico internazionale) che vieta manifestazioni di propaganda politica, religiosa o razziale durante i Giochi.

Il Comitato internazionale, infatti, ha sempre tentato di scoraggiare qualunque politicizzazione degli eventi sportivi, ma non per questo, nella storia delle Olimpiadi, sono venute a mancare manifestazioni politiche di dissenso anche molto ampie, come ai giochi di Mosca del 1980, boicottati addirittura da 60 Paesi in protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Ma se in altre occasioni ciò era, per così dire, “parte dei Giochi”, nel caso di Pechino 2008 la situazione è ben diversa perché, in questo caso, è la stessa Cina a dettare le regole, premendo sulle federazioni sportive e i governi nazionali affinché prevengano qualsiasi spiacevole dimostrazione in supporto di democrazia, libertà e diritti umani, capaci di mettere in pericolo il regime. E il resto del mondo, ossequioso e timoroso di rinunciare ai profitti che la rampante economia cinese gli garantisce, si adegua.

Quello della Gran Bretagna, infatti, non sarebbe stato il primo caso: belgi e neozelandesi si sono già piegati ai desideri di Pechino, imponendo per contratto ai propri atleti di evitare qualsiasi commento di carattere politico durante la loro permanenza in Cina. E molti altri sono destinati a cedere, nei prossimi mesi, magari senza arrivare alla stipula di veri e propri “contratti”, ma semplicemente insistendo sui propri atleti affinché evitino di “mettere in imbarazzo” il governo cinese su questioni come la repressione in Tibet, i diritti civili negati, il ricorso alla pena di morte, il bavaglio all’informazione e la repressione del dissenso. Temi che animano – sin dal momento in cui è stata scelta Pechino per l’edizione 2008 – il dibattito non solo fra gli addetti ai lavori, ma in tutto il mondo occidentale.

Bene ha fatto, in questo senso, il CONI (il Comitato olimpico italiano) a ribadire il suo fermo “no” ad ogni forma di limitazione della libertà di parola e di pensiero dei nostri atleti in Cina, così come d’altronde hanno già deciso americani, australiani e canadesi. Diversamente dall’Inghilterra, costretta a ritrattare dopo le proteste e il clamore suscitati dalle rivelazioni del Mail on Sunday e che fino a oggi sembrava pronta ad appiattirsi sulle posizioni di duro controllo, di vera e propria censura, che la Cina ha rafforzato negli ultimi tempi.

Posizioni che Amnesty International denuncia da tempo, attraverso una campagna che si articola in quattro richieste al governo cinese:

  1. Adottare provvedimenti che riducano significativamente l’applicazione della pena di morte, come primo passo verso la sua completa abolizione;
  2. Applicare tutte le forme di detenzione in accordo con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani e introdurre misure che tutelino il diritto a un processo equo e prevengano la tortura;
  3. Garantire piena libertà d’azione ai difensori dei diritti umani, ponendo fine a minacce, intimidazioni, arresti e condanne nei loro confronti;
  4. Porre fine alla censura, soprattutto nei confronti degli utenti di Internet.

Richieste semplici, che potrebbero trovare nei Giochi di Pechino 2008 un palcoscenico d’eccezione, se fossero avanzate anche dai Paesi partecipanti. Ma che il resto del mondo sembra non voler ascoltare, assordato com‘è dal fruscio delle banconote cinesi che costantemente affluiscono nelle proprie casse.

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