gen 25
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E dopo la crisi arrivarono le consultazioni. I rituali incontri tra il Presidente della Repubblica e le forze politiche – che permetteranno di capire se esiste la possibilità di respingere le dimissioni di Prodi, formare un esecutivo senza sciogliere le Camere, oppure procedere a nuove elezioni – hanno dunque preso avvio venerdì pomeriggio: i primi a salire al Quirinale sono stati i presidenti delle due Camere, Franco Marini e Fausto Bertinotti.
Nessuno dei due, al termine dei colloqui, ha rilasciato dichiarazioni. Ma una cosa è certa: il presidente del Senato, indicato nei giorni scorsi come uno dei possibili candidati alla guida di un governo istituzionale, si è già sfilato dalla corsa. Una scelta forse dettata dalla stessa regola che vige nei conclavi pontifici, in cui “chi entra Papa esce cardinale”, ma tant‘è che è stato lo stesso Marini a togliere ogni dubbio: “La responsabilità che ho è già grande e non aspiro proprio ad avere alcun altro incarico”.
La stessa linea, dovuta però a motivazioni ovviamente diverse, tenuta anche dall’ex premier Romano Prodi che, rientrando a Palazzo Chigi dopo aver inaugurato l’anno giudiziario, seppur dimissionario anche come ministro della Giustizia ad interim, ha affermato di “non essere disponibile per un reincarico” perché “quando si perde in Parlamento, il tuo schema ha perso”. E ha confermato la sua preferenza per un voto non immediato: “Come ho già detto nel mio intervento in Parlamento e anche al Capo dello Stato, bisogna fare di tutto per evitare di andare a elezioni anticipate con questa legge elettorale”, perché votare con il “Porcellum” sarebbe “una tragedia”.
Sono ore convulse quelle che sta vivendo il Colle nel tentativo di sbloccare l’impasse causata dal voto al Senato di giovedì sera. A Marini e Bertinotti si sono avvicendati i delegati del gruppo misto di Senato e Camera dei deputati, mentre sabato sarà la volta dei partiti della sinistra, ad esclusione di Rifondazione che salirà al Quirinale lunedì con Lega Nord, Udc e An, per poi concludere, martedì, con Forza Italia, Partito democratico e i Presidenti emeriti Cossiga, Scalfaro e Ciampi.
Sarebbe prematuro ipotizzare sin d’ora come potrà risolversi la crisi. Certo è che, se l’ipotesi di un reincarico a Prodi sembra essere tramontata, restano in campo solo due alternative: un governo tecnico o istituzionale, o le elezioni anticipate.
L’eventuale incarico che Napolitano potrebbe conferire a una personalità per un governo “ponte” può essere in teoria pieno o delimitato, vale a dire vincolato al soddisfacimento di alcune condizioni. Prima fra tutte, la realizzazione delle necessarie riforme istituzionali e la modifica, più volte chiesta dallo stesso Presidente, della legge elettorale. Il borsino delle quotazioni vede salire in questo senso il nome di Gianni Letta, mentre molti dei nomi che all’indomani della sfiducia facevano ampia mostra di sé sulle prime pagine dei giornali come possibili guide di governi temporanei delle crisi (Franco Marini, ma anche Giuliano Amato) sembrano essere già in declino. Tuttavia, se anche questo tentativo dovesse fallire, non resterà che una strada: le elezioni anticipate in primavera.
Sul tavolo del Capo dello Stato, per ora, di certo c‘è solo il voto del Parlamento: la Camera ha dimostrato di poter ancora esprimere una maggioranza, mentre il Senato ha certificato che quella uscita dalle urne nell’aprile del 2006 non esiste più. Il voto di Montecitorio rende difficile al Presidente della Repubblica sciogliere immediatamente le Camere, tanto più in una situazione come questa e con questo tipo di legge elettorale, che non è in grado di garantire, al di là delle ostentate sicurezze di Berlusconi, stabilità e governabilità.
Per questo, le consultazioni si preannunciano si annunciano lunghe e complesse, sicuramente di più di quelle che, nel febbraio scorso, hanno fatto seguito alla prima crisi del governo Prodi. E non è da escludere che Napolitano possa conferire un mandato esplorativo ad uno dei due presidenti delle Camere, per un secondo giro di colloqui con le forze politiche, nell’estremo tentativo di trovare un’intesa su un governo a termine con il preciso impegno di portare a casa la riforma elettorale. Ed è per questo che, in queste ore, si affollano dichiarazioni e notizie contrastanti da parte dei maggiorenti di quasi tutti i partiti.
Se a sinistra, ad eccezione del Pdci, le posizioni sembrano essere compatte nel chiedere che non si vada alle urne con la “porcata” calderoliana, a destra si dicono tutti convinti che l’unica soluzione sia il voto anticipato. Quasi tutti, in realtà. Perché mentre Berlusconi, Bossi e Fini, che fino a ieri vivevano da separati in casa, escludono oggi qualunque ipotesi di dialogo con la controparte, l’Udc di Pier Ferdinando Casini si smarca invece dalla sua coalizione e chiede un governo di responsabilità nazionale “che affronti il tema della legge elettorale, ma anche questioni drammatiche come il caso rifiuti”. Proprio come il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo il quale, all’indomani della sfiducia a Prodi, invita le forze politiche a non andare al voto con la legge attualmente in vigore, che “non farebbe altro che riproporre l’attuale situazione”, ovvero quella che ha portato “all’indegno e indecoroso spettacolo visto ieri in Parlamento”.
E, intanto, l’ex leader della Cisl Savino Pezzotta accelera la costruzione della sua “Cosa Bianca”, che raccoglie le attenzioni di una buona parte del partito di Casini, ma anche dei centristi dello schieramento opposto. Come Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, che venerdì mattina in Transatlantico a Montecitorio si è fermato a dialogare con il protagonista di uno dei suoi interrogatori più duri ai tempi di Mani pulite, Paolo Cirino Pomicino, poco prima di avere un altro cordiale colloquio con due esponenti dell’Udc. E non è da escludere che l’argomento comune di questo molteplice scambio di opinioni sia stato proprio la nascita del nuovo raggruppamento centrista.