gen 22
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Per anni è stata il simbolo della resistenza delle donne afgane ai “signori della guerra” e della loro lotta per l’autodeterminazione. L’elezione di Malalai Joya alla Wolesi Jirga (il parlamento afgano) nel 2005, alla giovane età di 27 anni, fu una vera e propria rivoluzione per un Paese che poggiava – e poggia ancora – le sue basi su di una rigida struttura tribale e maschilista.
Proprio la sua lotta contro i cosiddetti war-lords, i signori della guerra che ancora continuano, nonostante i disastri arrecati al Paese, a contare molto, troppo, nella vita politica dell’Afghanistan, è stata la base del suo successo: “Sono tutti criminali, niente altro che criminali, e voi li avete portati qui”, aveva detto, rivolta agli americani e al presidente (allora “provvisorio”) Hamid Karzai, nel dicembre 2003, quando chiese di intervenire alla Loya Jirga, il tradizionale Gran Consiglio afgano che avrebbe dovuto disegnare il futuro del Paese. Due anni dopo, la sua candidatura avrebbe registrato un successo insperato, piazzandola addirittura seconda nella provincia di Farah, da cui proviene e dove si era candidata, e sbaragliando la concorrenza di molti politici maschi. Un segno tangibile di quanto la popolazione afgana fosse, già allora, esausta della situazione politica del proprio Paese, e desiderasse imprimere una qualche svolta in senso democratico.
Malalai sapeva che da quel momento in poi la sua vita sarebbe cambiata per sempre. Da allora, la giovane e combattiva deputata è sfuggita a quattro attentati e a continue minacce di morte. Hanno raso al suolo il suo ufficio e attaccato la sua casa. Nelle strade di Farah hanno preso a circolare volantini con la sua foto senza velo, in cui si diceva che alla Loya Jirga l’“infedele prostituta Malalai Joya” aveva parlato scoprendosi il capo dallo chador, e che presto oltre al velo avrebbe tolto anche i vestiti. Hanno cercato di toglierle la parola, censurato la sua presenza sui mass media, ma non hanno mai ottenuto il suo silenzio, né che si piegasse al potere di tanti politici che hanno le mani sporche di sangue.
Il tutto fino al maggio 2007, quando la coraggiosa Malalai è stata sospesa dal parlamento fino alla fine della legislatura, dopo aver dichiarato a una televisione afgana che le aule in cui si decidono le sorti del suo popolo sono “peggio di uno zoo”, e dopo aver denunciato ancora una volta le beffe della falsa democrazia in cui l’Afghanistan si illude di vivere. Trovare un pretesto burocratico per farla fuori non è stato troppo difficile: Malalai, si è detto, ha violato l’articolo 70 del regolamento parlamentare, che vieta ai deputati di criticarsi l’un l’altro, e pertanto il suo mandato sarà revocato fino al 2009.
La sua popolarità è tale che, in seguito alla decisione del parlamento, in diverse località afgane hanno avuto luogo dimostrazioni spontanee per sostenere il suo reintegro. Ma ciò non è bastato: il suo coraggio, la sua strenua opposizione ai fondamentalisti, il suo essere la “voce dei senza voce”, hanno segnato la fine politica di Malalai.
Tra non molto avrà inizio il procedimento contro la sua sospensione dal parlamento afgano. Dall’esito di tale azione legale dipenderà il reintegro della deputata nel suo incarico o la sua definitiva espulsione. In questo momento più che mai Malalai ha bisogno di tutto il sostegno e la solidarietà di quante più persone possibile e, per questo, è stato lanciato un appello internazionale (consultabile qui) per chiedere giustizia nei suoi confronti. Tra i primi firmatari figurano nomi eccellenti, come l’intellettuale statunitense Noam Chomsky o la giornalista canadese Naomi Klein. Per aggiungere il proprio nominativo è sufficiente inviare una email – completa di nome, cognome, provenienza ed eventuale incarico istituzionale o associazione di appartenenza – all’indirizzo malalai.joya at yahoo.ca. Uno sforzo minimo, forse inutile, ma senza dubbio importante per il futuro della democrazia in Afghanistan.