gen 16
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Torino, 1980. Emma (Valeria Solarino) è la promettente figlia minore di una famiglia di immigrati meridionali trapiantati nel capoluogo piemontese. È giovane ma ha già un lavoro alla Fiat, e grazie a un’imminente laurea in matematica – unita alle attenzioni di Silvio (Fabrizio Gifuni), suo collega e superiore con cui è in procinto di sposarsi – ha davanti a sé una facile carriera tra i colletti bianchi. Il futuro le appare roseo, la strada spianata. Ma Emma non sa che il settembre di quello stesso anno avrebbe segnato in modo indelebile la storia italiana e sua personale.
Alla riapertura dei cancelli, il primo settembre 1980, infatti, solo la metà dei dipendenti della principale azienda italiana torna al lavoro: gli altri rimangono in cassa integrazione per due giorni, mentre i vertici sindacali restano a guardare e la paura di perdere il posto inizia a insinuarsi tra i lavoratori. Una settimana dopo, l’8 settembre, si riaprono i negoziati tra Fiat e sindacati. La direzione aziendale insiste per il licenziamento di 12-15mila operai, e la cassa integrazione di 24mila, a zero ore e senza rotazione.
Iniziano gli scioperi, che si protrarranno per giorni e arriveranno a paralizzare totalmente la produzione. Emma conosce Sergio (Filippo Timi), giovane e agguerrito – seppure non violento – operaio addetto alle presse, che se ne innamora immediatamente. Sulle prime, la giovane tenta di resistere alle avances di Sergio, ma ben presto cede e si schiera assieme a lui in difesa delle tute blu. Amore e rivolta, tuttavia, finiranno nel giro di 35 giorni: il 15 ottobre, a Roma, i vertici sindacali cedono a un accordo che lascerà con l’amaro in bocca tutti gli operai. È la fine del sogno: per i lavoratori della Fiat, che per oltre un mese hanno resistito con le unghie e con i denti davanti ai cancelli del Lingotto; e per Emma, che ritorna bruscamente alla crudezza del mondo reale, in cui la scalata sociale può anche essere possibile, ma l’amore tra un operaio e un colletto bianco sarà sempre destinato a restare, appunto un bel sogno.
Emma è la “Signorinaeffe” – dove la F sta ovviamente per Fiat – ultimo lavoro di Wilma Labate, già in odore di oscar nel 1996 con La mia generazione, nelle sale da venerdì 18 gennaio e presentato mercoledì in anteprima alla Casa del Cinema di Roma. Sabato 19, inoltre, si terrà una proiezione straordinaria al cinema Quattro Fontane di Roma, organizzata da Aprile e dal settimanale Left, cui seguirà il dibattito con la regista, il presidente della Camera Fausto Bertinotti e il direttore di Repubblica Ezio Mauro, coordinato da Massimo Serafini (direttore di Aprile, il mensile) e di Luca Bonaccorsi per Left (scarica qui la locandina dell’evento).
“Il 1980 – spiegano la regista e il cosceneggiatore Domenico Starnone – è stato una pietra miliare che ci può aiutare a comprendere anche l’oggi. Ha rappresentato la fine di tante cose, ha preannunciato le tensioni e le precarietà future, e ha interrotto i 12 anni di passioni collettive e personali, che ci avevano fatto vivere in un clima sensuale. Con il finale del film, volutamente sospeso, mi chiedo proprio se quell’anno ha segnato la fine degli anni ribelli, e l’inizio di quelli grigi”. Secondo Starnone, la marcia dei quarantamila, il corteo dei quadri intermedi che il 14 ottobre sfilò per le vie di Torino chiedendo la riapertura degli stabilimenti gettando le basi per la fine delle proteste, “non ci ha salvato dal terrorismo, come sostiene Romiti [in un’intervista al Corriere della Sera di pochi giorni fa, ndr.], ma segnò la ripresa del controllo da parte della Fiat e la fine degli operai come classe”.
Un periodo di fratture, tensioni e sogni interrotti, che la cineasta ha deciso di raccontare da un punto di vista tutto femminile. Quello di Emma che, come spiega la regista, “persegue il sogno di affrancarsi dalla sua classe sociale” e che “lo sgambetto della passione” non “fa tornare indietro”. È una figura femminile moderna, prosegue la Labate, “la sua è un’identità complessa, spezzettata, lacerata, un po’ come quelle delle 25enni di oggi, che essendo costrette al precariato non hanno un solo lavoro in cui identificarsi”.
Nel film, che comprende nel cast, fra gli altri, Fausto Paravidino, Sabrina Impacciatore, Giorgio Colangeli e Rosa Pianeta, il tema del terrorismo (già trattato in “La mia generazione”) viene lasciato volutamente in secondo piano: un argomento “pesante”, nel senso di ampio e complesso, a detta della stessa regista, “che avrebbe potuto invadere quello della lotta operaia, confondendo i due piani. Stavolta, volevo dare più peso alla lotta ai cancelli, ai picchetti. Era da tanto che volevo raccontare una storia operaia”.