mar 15
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Ogni libro che brucia illumina il mondo. Ralph Waldo Emerson
Internet è un ambiente libero per definizione. Non per tutti però.
Guidati da Cina e Iran, infatti, sarebbero almeno due dozzine i Paesi che praticano forme di censura digitale, secondo uno studio realizzato dalla OpenNet Initiative – progetto che ha visto coinvolte la scuola di legge di Harvard e le università di Toronto, Cambridge e Oxford.
Allo steso tempo, di fronte a piu’ moderne ed efficaci pratiche censorie, gli attivisti del Web rispondono con più raffinate tecniche di elusione, stando però ben attenti a non lasciare tracce digitali dietro di sé.
Dai risultati della ricerca – che si è protratta per sei mesi e ha preso in esame oltre quaranta Paesi – è emersa una tendenza crescente da parte di molti Stati – come, oltre a Cina e Iran, Arabia Saudita, Tunisia, Uzbekistan – a limitare l’eccessiva libertà disponibile in Rete o, come ha affermato John Palfrey, direttore del Centro per Internet e Società di Harvard, “una forte tendenza nella direzione sbagliata”.
L’allarme della OpenNet Initiative arriva a ridosso del grande clamore provocato dalla decisione della Turchia – decisione revocata dopo quarantotto ore – di oscurare YouTube, reo di aver dato spazio a materiale offensivo nei confronti del padre della nazione Kemal Ataturk.
Quella di impedire l’accesso ad un sito – come ad esempio avviene in Cina con la nota enciclopedia Wikipedia, o in Pakistan con la piattaforma di blogging offerta da Google – è però solo una delle possibilità a disposizione dei censori dell’era informatica, che possono oggi avvalersi anche di strumenti più avanzati, come il rilevamento di parole-chiave sensibili o i denial of service attacks, che bombardano il sito di richieste di accesso, rendendolo inaccessibile.
Nella loro attività di filtraggio dei contenuti “indesiderati”, inoltre, sono sempre più numerosi i Paesi, ricorda Palfrey, “che si rendono conto di non potercela fare da soli e si rivolgono a compagnie private”. Società che sviluppano sistemi di protezione, nella maggior parte dei casi in Occidente, e che affermano di non poter controllare l’uso che viene fatto dei propri prodotti. Ma anche fornitori di servizi come Google o Microsoft, disposti a scendere a compromessi pur di non perdere appetitosi mercati emergenti come quello cinese.
A mali estremi, tuttavia, estremi rimedi. Anche gli attivisti dei diritti digitali, infatti, si danno da fare in direzione opposta, escogitando ogni giorno nuove strategie per sfuggire alle limitazioni e ai controlli.
Danny O’Brien, coordinatore del gruppo di pressione Electronic Frontier Foundation, si affida per esempio ad una connessione criptata attraverso ad una rete di server privati: “(Quando navigo) il mio segnale viene casualmente reindirizzato da un computer a un altro – afferma O’Brien – così per esempio Google mi può apparire in svedese o in qualche altra lingua, a seconda della macchina da cui ci arrivo”.
Scappatoie di questo genere possono essere scomode e rallentare notevolmente la connessione a Internet, ma per gli internauti di una crescente parte del mondo rappresentano l’unico ponte tra il loro web filtrato e la Rete, libera da censure, cui accede il resto del mondo.
(via: Financial Times)